“La gente con i capelli grigi non deve essere vista per le strade portare pesi”. Lo affermava, quattro secoli prima di Cristo, Meng-tzu, autore di uno dei quattro libri classici del confucianesimo, il “Libro di Mencio”, dal nome italianizzato che la cultura occidentale ha dato al celebre filosofo cinese.
Mencio era convinto della bontà e della socialità della natura umana e quindi, concependo lo stato come un’istituzione morale, dettava la norma-base a cui uniformare il trattamento giuridico della vecchiaia.
Dallo svilimento e dalla sostanziale negazione di questo assunto etico-giuridico di fondo, nel corso di oltre duemila anni di storia, ora che stiamo per inoltrarci nel terzo millennio, si può dire sia partito Marcello Cesa-Bianchi nel suo recente e agilissimo “Giovani per sempre?”, in cui cerca di insegnare l’arte dell’invecchiamento e, insieme, “quella, ancora più difficile, di guardare con occhio ingenuo e sgombro da pregiudizi a quelle teste imbiancate cariche di storia e di esperienza”.
Diciamo subito che il libro, oltre allo spessore scientifico altissimo dello studioso, presenta una qualità di scrittura sapida come quella di un romanziere di successo e una forza di divulgazione convincente come quella delle migliori inchieste giornalistiche. E che ha proiezioni attualissime.
Il problema dell’invecchiamento, dal punto di vista soggettivo ed oggettivo, travalica infatti l’ambito tradizionale d’interesse specialistico, per ampliare enormemente i suoi confini d’attenzione nell’opinione pubblica, ora che la sua forbice si è allargata: da un lato il prolungarsi della vita media, dall’altro l’anticiparsi dell’età pensionabile che ha portato alla creazione della categoria sociale degli anziani loro malgrado.
Costoro, scrive Cesa-Bianchi, “sono i cinquantenni o ultracinquantenni che escono dal mercato del lavoro con non si sa quali probabilità di farvi ritorno e, purtroppo, con conseguenze psicologiche prevedibili a lungo termine”. Senza contare contraccolpi psicologici d’altro genere, potremmo aggiungere con malizia ma sollevando un altro problema attuale, ora che è possibile recuperare la giovanilità sessuale maschile e femminile grazie alle scoperte della scienza farmacologica, o l’aspetto giovanile grazie al bisturi del chirurgo. Insomma, il tempo della terza età diventa sempre più difficilmente distinguibile ed è sempre più diverso da caso a caso. Ed è, di fatto, un accadimento che le condizioni generali e individuali di vita portano a posticipare. Scriveva Ignazio Silone: “Vecchi che facciano di professione il vecchio non ne conosco nessuno. Io sono vecchio ma non saprei dire da quando lo sono perché non ho mai avuto la sensazione di passare un limite così da dire: ‘Adesso faccio il vecchio’”. Silone è morto, quasi ottantenne, nel 1978. Dopo vent’anni, l’età media dell’uomo è sulla stessa soglia di quella finale dell’autore di “Fontamara”. Cesa-Bianchi, pur rilevando che per affrontare i problemi dell’invecchiamento qualcosa è cambiato in meglio negli ultimi anni, denuncia che occorre comunque una politica della terza età diversa da quella degli ospizi, “che molto spesso aiutano a sopravvivere, non a continuare a vivere”. E cita, in proposito, il sociologo J.W. Riley e M.W. Riley, studioso del comportamento presso il National Institute of Health: “Con l’aumento degli anziani e il conseguente allungamento della vita attualmente si fanno molti presagi funesti sull’invecchiamento. Tuttavia, la ricerca psicosociale dimostra che la maggior parte degli anziani continua a funzionare in modo piuttosto efficiente. E molti problemi effettivi sono frutto dell’orientamento errato di due questioni: gli insuccessi nell’individuare le capacità degli anziani e i problemi posti dal loro numero crescente a strutture sanitarie, economia, governi e istituzioni”. L’alternativa, come afferma Cesa-Bianchi, è dunque se considerare gli anziani un peso per lo Stato o una risorsa inutilizzata. Il suo libro offre un’esplorazione a tutto campo del pianeta anziani per ricavarne modi e strumenti tali da utilizzare al meglio questa risorsa.
“Giovani per sempre ?” è diviso in sette capitoli. La prima parte, dal primo al terzo capitolo, dopo un succoso excursus tra mito, storia, letteratura e scienza sui mille modi, anche i più stravaganti, della ricerca dell’eterna giovinezza, è dedicata all’illustrazione delle basi biologiche e dei meccanismi dell’invecchiamento per fissare poi l’attenzione su quello delle cellule cerebrali. E, a questo ultimo proposito, Cesa-Bianchi acutamente osserva che “ l’invecchiamento è espressione di un’interazione nella quale l’uomo modifica l’ambiente di continuo e questo modifica l’uomo altrettanto di continuo” e che “non è solo l’ambiente in termini obiettivi a influenzare il comportamento dell’anziano, l’ambiente per come è o per come potrebbero vederlo gli altri, ma soprattutto la percezione che egli ne ha”. Dunque, la psicologia dell’anziano, che fa da filtro all’ambiente e che modifica il suo comportamento in rapporto alla sua individuale risposta ai mutamenti sociali che comportano gli anni che passano.
A questi temi sono dedicati il quarto e il quinto capitolo, la parte centrale e più densa di spunti di riflessione del libro, nella quale l’autore fa confluire la messe più ricca della sua vasta esperienza scientifica e professionale.
Il quarto capitolo ha, in epigrafe, una citazione di Norberto Bobbio: “Il mondo dei vecchi, è …..il mondo della memoria. Si dice, alla fine, tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi”. Rivisitando a volo d’uccello, ma in modo efficacissimo, i vari processi mentali che sono alla base del comportamento, Cesa-Bianchi pone la memoria come punto di approdo e di coesione degli elementi strutturali dell’intelligenza, come la percezione, l’apprendimento, il ragionamento, il linguaggio, ma anche dell’affettività e delle motivazioni. Esaminando, ma superando la teoria comportamentista e quella della Gestalt, egli elabora un approccio cognitivista e funzionalista dell’intelligenza senile per negare l’ineluttabilità di ogni forma di decadimento e per attribuire quelle riscontrabili all’influenza negativa o frustrante dell’ambiente di vita. Di qui una lettura dell’anziano e dei suoi problemi in termini di personalità, cioè di individualità, essendo ciascuno di noi, tanto più in età non più giovane, difficilmente omologabile alla massa o agli stereotipi delle classificazioni sociali.
Il motivo dell’emarginazione e dell’apparente improduttività sociale dell’anziano deriva appunto dalla mancata applicazione di questi criteri valutativi. E così “l’anziano tende a creare una barriera, si rafforza nell’idea di essere incompreso, e talvolta sviluppa un mondo interiore fantastico che evolve per conto suo, senza tenere conto di ciò che succede nel mondo circostante. Il giudizio, la critica e la condotta si realizzano in termini soggettivi e si differenziano sempre più da quelli degli altri uomini”.
Come dunque vivere e far vivere la vecchiaia, come realizzare l’obiettivo di essere giovani per sempre? Cesa-Bianchi, che già risponde implicitamente ai quesiti nella parte centrale del libro, esplicita la sua ricetta nel sesto capitolo, mentre nel settimo ne ricava una conferma attraverso due storie di vita, due storie di nonni, un misto di realtà e fantasia, paradigmatiche per impostare e condurre in modo sereno l’epilogo dell’esistenza.
La ricetta è riassunta in “otto regole d’oro”. Cesa-Bianchi enumera: 1) mantenere ruoli significativi e socialmente utili; 2) svolgere esercizio fisico; 3) prevenire malattie gravi; 4) mantenere un atteggiamento positivo verso la vita; 5) raggiungere una condizione di prestigio; 6) essere stimolati intellettualmente; 7) disporre di una sicurezza economica; 8) mantenere soddisfacenti relazioni sociali.
Al momento, come egli stesso riconosce, sembra un elenco di “sogni, irraggiungibili certo”. Ma, “in concreto, è l’elenco della cose su cui puntare, degli obiettivi da raggiungere”.
È compito, dunque, dei singoli anziani, delle loro famiglie, dei gruppi sociali, ma soprattutto dello Stato attrezzarsi e muoversi per tradurli in realtà. In paesi socialmente più evoluti del nostro molta strada è stata già percorsa. In altri, questi obiettivi non si profilano nemmeno all’orizzonte. Ma ovunque, come auspica Simone de Beauvoir, è ormai giunto il tempo in cui “un uomo non dovrebbe più affrontare la fine della vita a mani vuote e da solo”.
Rosaria Sonia Petrosino