L’IMMAGINE DELL’AIDS, Rivista  “Sociologia della Comunicazione” Anno VIII N. 15 set. 1991

di Sonia Rosaria Petrosino


      Negli Stati Uniti già novantamila morti. Non esistono stime
 
     attendibili per l’Europa. E’ certo però che il fenomeno va assumendo
 
     dappertutto dimensioni imponenti e sempre più allarmanti. Quello che
 
     conforta è l’accresciuta consapevolezza della gravità del problema e
 
     della necessità di risposte sempre più adeguate, sia a livello
 
     collettivo che individuale. Ma perché queste risposte siano veramente
 
     efficaci, occorre introdurle nel giusto rapporto con le componenti
 
     psicosociali del fenomeno.
 
        L’AIDS fa da protagonista ormai non solo in riviste specialistiche
 
     ma anche in quotidiani e periodici.  Ciò ha creato un’ondata d’isteria
 
     tanto che in Inghilterra è stata coniata una definizione come
 
     “sindrome di panico indotta dall’AIDS”.
 
    Possiamo analizzare tale sindrome sotto vari aspetti.
 
     Da un punto di vista psicosomatico, dobbiamo ricercare la
 
     correlazione simbolica esistente tra una malattia del sistema
 
     immunitario, che è quanto di più individuale e peculiare ci sia tra
 
     le funzioni dell’organismo, che evidenzia la nostra unicità ed
 
     individualità, quindi il riconoscimento del Sé dal non Sé, di ciò
 
     che è nostro da ciò che non lo è, e l’intimità e l’annichilimento
 
     del Sé che si sviluppa dal rapporto sessuale considerato elemento
 
     cardine della diffusione della malattia. Questo rapporto è la
 
     frantumazione del nostro egocentrismo, del nostro microcosmo e vive in
 
     sé la dialettica tra conservazione ed autodistruzione di esso.
 
        Da questa correlazione nasce l’angoscia collettiva, che si manifesta 

      in paure immotivate, in relazione a situazioni ed oggetti.
 
     E’ accaduto che persone affette da AIDS fossero sfrattate dalla loro
 
     casa, licenziate dal lavoro, abbandonate dalla famiglia, che il
 
     personale ospedaliero si rifiutasse di assisterle, che persino imprese
 
     di pompe funebri non accettassero le onoranze alle vittime di tale
 
     malattia.
 
     I vigili del fuoco, in Inghilterra e in Australia, hanno chiesto e
 
     ottenuto di non praticare la respirazione bocca a bocca per la
 
     rianimazione delle vittime di incidenti.
 
     Tutto questo ci fa pensare a dei meccanismi di difesa
 
     che operano comunque in noi, ma in determinate situazioni divengono
 
     inefficaci perché troppo rigidi ed unici, tali da ostacolare la
 
     flessibilità, l’armonia, l’adattamento delle funzioni mentali.
 
     Illuminante, in proposito, il caso limite di una ragazza napoletana che
 
     per circa un mese si era convinta di essere affetta da AIDS. Con un
 
     meccanismo di difesa, la proiezione, aveva spostato il pericolo
 
     pulsionale dall’interno (cioè il desiderio sessuale), verso l’esterno
 
     (l’AIDS), che attraverso il suo mondo fantastico l’aveva condotta ad
 
     una fantasia di somatizzazione.  Una pulsione disturbante, proibita,
 
     viene dunque riportata qui su una rappresentazione meno disturbante,
 
     perché legata al fisiologico e non allo psichico; ma nello stesso
 
     tempo legata da un elemento associativo, cioè la sfera sessuale.
 
     Con l’AIDS, in definitiva, può aversi una vera e propria catarsi per
 
     la sua valenza punitiva, e una catalizzazione di forze per il super-Io.
 
     Da un punto di vista psico-sociale, la gonfiatura del panico da
 
     epidemia è servita, in special modo nel primo periodo in cui la
 
     malattia si è manifestata solo in alcuni gruppi marginali, quali gli
 
     omosessuali e i tossicodipendenti, come rinforzo per consolidare
                             
     l’identità, in termini di ideologia, dei membri cosiddetti normali.
 
     Ciò è  direttamente  collegato col fenomeno del “capro espiatorio”,
 
     che e’ la valvola di sfogo, per l’aggressività e l’intelligenza che
 
     generano i sistemi sociali ideologicamente mascherati.
 
        Si ritrova qui un meccanismo di difesa dell’Ego, cioe’ lo
 
     spostamento che assume dimensioni sociali perche’ diffusissimo.
 
     Tensioni e frustrazioni, accumulate giorno per giorno per il
 
     raggiungimento del potere e del prestigio sociale vengono scaricate su
 
     un oggetto arbitrario in quanto privo di connessione con la specifica
 
     tensione o frustrazione. L’aggressività viene spostata su un oggetto-
 
     gruppo, che nulla ha a che fare con la genesi di essa.  Negli Stati
 
     Uniti, ad esempio, molti giornali hanno ricevuto piogge di lettere
 
     che proponevano la fucilazione o la castrazione di tutti gli
 
     omossesuali o in maniera piu’ velata la chiusura di tutti i
 
     locali frequentati dai <<gay>>. Negli ultimi tempi si e’verificato il
 
     fenomeno opposto,che pero’ porta allo stesso risultato.A San
 
     Francisco,considerata la capitale mondiale dell’AIDS,si moltiplicano
 
     i locali e le iniziative destinate agli omosessuali, la  cui
 
     diversita’ e’ accettata proprio per meglio combatterla.In ambito
 
     psicosociale viene molto utilizzata dunque la proiezione.Specifiche
 
     attivita’ e contenuti psichici condannati dal sociale sono repressi
 
     inconsciamente, ma come dice Fenichel (1951)
 
     il represso, benche’ non   consciamente  sentito, rimane
 
     tuttavia efficiente.  La proiezione serve  a gettar
 
     fuori questi contenuti, a liberarsene prestandoli ad altre
 
     persone, a dei “capri espiatori” che sono utilizzati come “schermo” sul
 
     quale proiettare i propri contenuti psichici.
 
     Ma se l’AIDS si fosse  manifestata solo  nei  gruppi “marginali”,                            
 
     quali omosessuali e tossicodipendenti, i mass-media non avrebbero
 
     potuto  tanto gonfiare la paura dei cosiddetti normali. Poteva
 
     essere vissuta  come un morbo che colpisce chi ha rifiutato o non ha
 
     mai acquisito un buon comportamento  sociale, ma probabilmente
 
     non sarebbe stata generalizzata come “peste moderna”  e sarebbe rimasta
 
     “peste gay” o “peste da tossicodipendenza”.
 
        A dilatare questi meccanismi di reazione non poco ha contribuito
 
     però proprio una contrastante valutazione del fenomeno AIDS da parte
 
     degli strumenti di comunicazione di massa, quali anzitutto i giornali e
 
     la televisione. Limitiamoci ad esaminare quelli del nostro paese, ma
 
     si può dire che altrettanto, come linea di tendenza, sia avvenuto un
 
     po’ in tutto il mondo.
 
        Si possono cogliere due versanti di opinioni, che riflettono
 
     anzitutto gli schemi politici predominanti. Da un lato una corrente
 
     di pensiero per così dire conservatrice, dall’altro giornali e reti
 
     televisive – ma anche radiofoniche – d’impostazione progressista.
 
     Schematizzando ancora, mezzi d’informazione di centro e mezzi
 
     d’informazione di sinistra.
 
        Ebbene, tra quelli del primo gruppo – possiamo citare per tutti
 
     il Corriere della Sera, il Giornale nuovo, ma anche il Tempo, la
 
     Nazione, o il Tg 1 e il Gr 2 – è prevalsa sin dal primo momento
 
     della psicosi AIDS una valutazione per così dire estensiva del
 
     fenomeno. La peste dilaga, l’AIDS si avvia ad essere più
 
     micidiale del cancro, dagli omosessuali ai drogati, alle altre
 
     categorie di emarginazione, alla prostituzione maschile e femminile,
 
     alle carceri, ai luoghi di aggregazione promiscua, ai gruppi
 
     d’immigrazione dai paesi extracomunitari. Intendiamoci, non che
 
     situazioni simili non esistano o che non abbiano già prodotto effetti
 

     allarmanti, ma è certamente sintomatica di un modo d’intendere  
     rapporti sociali e quindi l’evoluzione del mondo una diagnosi come
 
     questa che mira soprattutto a generalizzare la paura, ad opporre una
 
     barriera emotiva alla valutazione razionale del fenomeno, la sola
 
     che possa rendere possibile una risposta adeguata ad esso, sia in
 
     termini individuali, che collettivi.
 
        Dall’altro versante, quello di sinistra (escludiamo dalla
 
     considerazione i mezzi informativi di destra, che hanno sposato nei
 
     confronti dei malati di AIDS una tesi razzistica e oltranzistica), è
 
     venuta una valutazione squilibrata in senso opposto. Non che abbia
 
     sottaciuto pericoli e allarmi, ha indotto invece un atteggiamento
 
     protezionistico in eccesso verso i malati di AIDS, a cui ha fatto
 
     riscontro, nei confronti dei cosiddetti  normali, una  campagna a dir
 
     poco semplicistica: usa il profilattico e sarai tranquillo. Insomma,
 
     combatti la malattia come combatti l’incremento demografico.
 
        Salvo poche eccezioni – sono sembrati tali alcuni interventi della
 
     Repubblica, della Stampa, del Tg 2 o della rete Due della Rai – nemmeno
 
     i mezzi informativi considerati di progresso hanno prodotto dunque
 
     un’immagine psicosociale corretta del fenomeno. Quella prevalente crea
 
     così ancora pericolose correlazioni tra omosessualità, promiscuità
 
     sociale e punizione divina.
 
     L’AIDS viene utilizzata per condannare dei gruppi, l’epidemia si
 
     considera generata dall’immoralità di tossicodipendenti ed
 
     omosessuali. Si percepiscono  cosi’ i malati  colpevoli e non vittime
 
     della loro malattia. Si sposta quella che e’ una questione medica ad
 
     una morale.
 
     Negli ultimi vent’anni si è avuta una rivoluzione sessuale,
 
     sono stati rivendicati diritti alla propria sessualità per
 
     viverla nel modo più appropriato alle esigenze di ognuno. Il fenomeno
 
     della liberazione dei gay fa parte di questa trasformazione dei costumi
 
     sessuali, come la tolleranza verso chi ha comportamenti sessuali
 
     diversi. Ciò non toglie che esistano ancora dei pregiudizi a riguardo.
 
       La crisi provocata dall’AIDS non solo è esplosa nel mondo degli
 
     omosessuali, ma ha sviluppato in tutti la  coscienza del pericolo
 
     determinato da una vita sessuale promiscua, con rapporti sessuali
 
     anonimi. Si è creata una corrente opposta alla sperimentazione
 
     sessuale, che esalta l’affettivita’ e il rapporto monogamico.
 
     L’esigenza della relazione stabile sposa la necessità soggettiva
 
     dell’uomo di oggi, che è carente di sicurezza affettiva, con la
 
     necessità di minimizzare i rischi del contagio.
 
       Come ogni scelta anche quella relativa alla libertà sessuale deve
 
     rimettersi alla coscienza del soggetto. Ma  tale opzione non deve
 
     nascere né maturare dal condizionamento di mode o teorie. Spingersi a
 
     tutti i costi ad un rapporto libero, promiscuo senza alcuna base
 
     psicologica, manca di motivazione e crea relazioni vuote che sviluppano
 
     ancor di piu’ atteggiamenti e comportamenti solipsistici.
 
     Insomma il serpente si morde la coda. O, in termini sociologicamente
 
     più consueti, il paradosso del carceriere e del carcerato. Perchè, se
 
     non cambiamo totalmente il modo di concepire il malato di AIDS e la
 
     lotta che deve farsi alla malattia, si rischia di rimanere invischiati
 
     in una spirale senza vie d’uscita, sia a livello individuale che di
 
     misure preventive e repressive.
 
        A livello individuale, una valutazione della propria vita e dei
 
     propri rapporti sessuali in senso di eccessiva liberalità o di
 
     preconcetta limitazione, induce a fenomeni comportamentali dello stesso
 
     segno, pur nei versanti opposti, tra malati e cosiddetti normali. O si
 
    generalizza e si getta la propria vita allo sfascio, nel “carcere”
 
     della malattia o della noncuranza per il contagio, o condanniamo noi
 
     stessi e i malati al “carcere” dell’isolamento, sessuale prima ancora
 
     che sociale.
 
        In entrambi i casi produciamo quindi una risposta sbagliata alla
 
     malattia, sfociando in fenomeni imitativi che possono essere anche
 
     indotti dal passaggio, non inedito perché si è già verificato con il
 
     dramma droga, dalla paura alla curiosità. Si è cominciato molto spesso
 
     con la lotta spietata alla droga e al mondo dei drogati, si è finito
 
     per interessarsi personalmente e sulla propria pelle degli effetti
 
     della droga. Prima un interesse intellettuale e di ricerca, poi una
 
     consonanza emotiva con il drogato e le sue motivazioni, infine
 
     l’imbocco di un tunnel  che può essere senza sbocchi.
 
        A livello sociale, di prevenzione e di repressione – perché di
 
     repressione si finirà per parlare anche per i malati di AIDS, come si è
 
     fatto per i drogati – una inesatta valutazione del fenomeno produce
 
     fatalmente, come è accaduto finora, una serie di pericolosi errori.
 
     Il malato di AIDS non è un appestato da relegare in un ghetto, è un
 
     individuo da curare, quando la malattia non è ancora diventata fatale –
 
     e può esserlo se scoperta in tempo -,è comunque un essere umano che non
 
     va respinto dal tessuto sociale durante l’intero arco della malattia.
 
     E, se ha la fortuna di guarire, è una persona da recuperare in pieno
 
     alla vita sociale e lavorativa. Così come dovrebbe essere per gli ex
 
     drogati, per non parlare di altre categorie a rischio, come gli ex
 
     detenuti o gli handicappati. In una parola, lo Stato e la società non
 
     possono e non devono creare le premesse perché il malato di AIDS,
 
     psichicamente debole, accentui questo suo stato e venga condannato ad
 
     una condizione perpetua di emarginato.
 

    Consideriamo, ora, quali sono appunto le reazioni psicologiche del
 
     soggetto affetto da AIDS, la cui prognosi è generalmente infausta.
 
       La reazione iniziale è l’insonnia,il rifiuto di se stessi, il
 
     classico diniego legato ai pazienti con una malattia fatale. Alcuni sono
 
     morti rifiutando qualsiasi appoggio terapeutico.
 
       Altri soggetti si impongono l’autoisolamento, non hanno interesse ai
 
     contatti umani, in loro si fanno avanti sensi di colpa.
 
       In alcuni omosessuali, si verificano sentimenti antiomosessuali,
 
     indipendentemente dall’adattamento alla loro diversita’.Spesso i
 
     soggetti bisessuali vivono la paura d’aver trasmesso la malattia alla
 
     loro partner. Si manifestano sempre piu’ la depressione, l’anoressia,i
 
     desideri suicidi avallati dalla trasformazione reale o immaginaria del
 
     corpo.
 
       Si hanno sbalzi emozionali, si evidenziano ostilità per i partner
 
     passati o presenti, per la famiglia, per il personale ospedaliero. La
 
     rabbia e’ legata all’interrogativo  angoscioso:perché io.
 
       I soggetti affetti da AIDS si sentono quasi sempre annullati dalla
 
     loro condizione, dalla mancanza di prospettiva per il futuro. E’
 
     indispensabile per loro  un appoggio costante ed ottimistico, devono
 
     sentire che c’è qualcuno che si preoccupa di loro. Ciò è in netto
 
     contrasto con l’atteggiamento spesso colpevolizzante e pieno di
 
     pregiudizi del personale delle strutture assistenziali a cui si
 
     rivolgono.
 
        Ed è in contrasto, anche , con l’atteggiamento per così dire di
 
     assuefazione a cui si è giunti negli ultimi tempi, dopo il primo
 
     periodo in cui l’AIDS faceva scandalo a tutti i livelli, avendo come
 
     cassa di risonanza i mezzi d’informazione di massa.
 
        Ora, per limitarci ancora a quelli più diffusi, cioè giornali, 

     televisioni e radio, le cronache sulla malattia e sui suoi effetti
 
     hanno assunto il ritmo formalissimo della routine. Tutto questo, in
 
     termini psicologici, serve forse a rimuovere il fenomeno, ma, in
 
     termini sociali, la mancanza di continui campanelli d’allarme genera
 
     un lento disinteresse che sfocia nell’apatia e nell’inazione,
 
     coinvolgendo anzitutto i livelli politici.
 
        Si può dire che il fenomeno AIDS abbia perso, nel sistema
 
     informativo, quel suo “margine di magico”, che la sociologia della
 
     comunicazione riconosce sopratutto agli strumenti televisivi. Ormai
 
     c’è molto poco di “fluttuante” e di “inatteso” nelle notizie riferite
 
     all’AIDS. Di qui lo scadimento dell’interesse comunicativo tra
 
     emittente e ricevente. Ma tale interesse può essere agevolmente
 
     recuperato. Proprio le cronache e le “non stop” televisive legate
 
     da ultimo alla tragedia del Golfo Persico possono costituire degli
 
     esempi da imitare. Il fenomeno AIDS, per la sua ampiezza attuale e di
 
     prospettiva rappresenta una catastrofe ben maggiore della crisi
 
     mediorientale. Ebbene, cronache dal vivo sulle condizioni drammatiche
 
     di vita a cui giungono i malati di AIDS potrebbero ridestare quel
 
     “margine di magico” che affascina telespettatori e lettori di
 
     giornali attorno ai più gravi problemi della società. Problemi che,
 
     nel caso dell’insorgenza e degli effetti della malattia, investono,
 
     come si è visto, componenti varie di ordine preventivo, curativo,
 
     psicologico, sociale e infine politico.
 
        Riferendoci ancora al controllo delle reazioni individuali, è di
 
     tutta evidenza che le vittime dell’Aids hanno bisogno, come è
 
     auspicabile in tutte le malattie terminali, di un sostegno
 
     psicologico che le aiuti a fronteggiare le emozioni e la rabbia
 
     generata dalla prognosi infausta.
 
     Ma in molti casi bisogna operare anche diversamente. Per molti malati,
 
     infatti, è molto più angosciante la rivelazione della loro diversità di
 
     omosessuali o di tossicodipendenti che non della malattia in sé. Per
 
     costoro occorre un sostegno psicologico articolato gradualmente. Dapprima
 
     l’accettazione della propria diversità, poi la consapevolezza della
 
     gravità della malattia, ma anche della possibilità di curarla, nei casi
 
     meno disperati, a fronteggiare i quali molto può il rafforzarsi della
 
     voglia di vivere e la speranza di sopravvivere. Recenti ricerche hanno
 
     evidenziato la stretta interdipendenza tra psiche e soma proprio a
 
     proposito di malati di AIDS. E’ stato provato che il cervello può
 
     utilmente interferire sul funzionamento del sistema immunitario e che
 
     di fronte a situazioni stressanti l’individuo può manifestare una
 
     depressione che viceversa indebolisce il suo sistema immunitario e
 
     facilità l’attacco del virus.
 
         E’ quindi nell’individuo, nella sua capacità di reazione e di
 
     difesa la prima, immediata e più efficace risposta ad un male che la
 
     società, nel suo insieme istituzionalizzato, si mostra incapace di
 
     combattere adeguatamente. Il rafforzarsi delle capacità individuali di
 
     difesa agevolerà la risposta collettiva e poi sociale sul piano della
 
     prevenzione. Ma guai a legare questo secondo aspetto agli interessi
 
     esclusivamente commerciali che sembrano animare la propaganda antiaids
 
     in voga nel mondo dei mass media. In sostanza, per molti combattere la
 
     malattia del secolo significa solo intensificare e ramificare la
 
     vendita dei profilattici. Mai il sistema informativo era stato così
 
     esplicito nel propagandare i metodi anticoncezionali. Persino la
 
     Chiesa, un tempo ostilissima al solo accennare a simili pratiche, si
 
     mostra oltremodo permissiva nei riferimenti alle metodiche “laiche”
 
     nella lotta all’AIDS. Il suo organo informativo per eccellenza,

  l’Osservatore Romano, in misura velata vi accenna, giornali cattolici
 
     come l’Avvenire o collaterali, come il Sabato, ne parlano
 
     esplicitamente e certo non sempre per condannarle. Insomma, si può
 
     dire che l’AIDS agisca come anello unificatore per rendere ancor
 
     più omogeneo il sistema pubblicitario. Di questo passo, in termini
 
     più generali, si può dire che il sistema informativo rischia di
 
     costituirsi non più solo come mediatore di fatti verso la pubblica
 
     opinione, ma come strumento al servizio di interessi economici che
 
     subordinano ad essi quelli sociali.
 
        D’altro canto, individuare il mezzo più efficace di lotta alla
 
     “peste” del secolo nell’uso dei profilattici e prescindere dai
 
     molteplici altri aspetti ad essa legati significa anche ridurre
 
     l’allarme sociale e impoverire le difese individuali nei confronti
 
     della malattia. Senza contare che canalizzando in tal modo il
 
     sistema protettivo si creano le premesse di pericolose risposte a
 
     livello individuale e collettivo.
 
        E’ necessario chiedersi, infatti, quale sia, nei confronti del
 
     fenomeno AIDS, la più immediata reazione dell’uomo della strada e
 
     quale valenza questa legittima reazione assuma nei poteri costituiti.
 
        A livello  individuale  questa reazione  genera  conflitto,
 
     fa vivere ogni rapporto interpersonale in forma dubitativa.
 
     L’atto sessuale viene vissuto con riserva, perde l’altissimo
 
     significato spirituale che ha in sé e avvilisce il valore riaffermativo
 
     della propria personalità.
 
         Trasferito sul piano sociale e dei rapporti di potere questo
 
     atteggiamento reattivo si muta in frustrazioni di massa, che alimentano
 
     fenomeni di isolamento e di razzismo, come in epoca storica nei
 
     confronti del semitismo e della negritudine.

         Equilibri sociali faticosamente raggiunti, tolleranze anche
 
     avanzate che si erano conseguite possono lentamente scardinarsi.
 
     Rischiano di schiantarsi edifici costruiti coraggiosamente sulla
 
     comprensione, sull’anticonformismo e sul pluralismo.
 
         E’ forse questo, in termini di progresso civile, sociale e
 
     politico, il pericolo maggiore indotto dall’AIDS.
 
         La perdita progressiva del senso della relazione tra gli uomini può
 
     portare, come estrema e irreparabile conseguenza, all’alienazione dei
 
     processi della storia.