di Sonia Rosaria Petrosino
Nel libro “L’adolescente in una società primitiva”, l’antropologa Margaret Mead mette in rilievo il significato educativo della danza in una popolazione a civiltà primitiva quale quella di Tau, isoletta del Pacifico.
Attraverso la danza i limiti dell’età e del sesso sono superati, i bambini imparano a danzare da piccolissimi, ancora prima di camminare
battono il ritmo della danza del villaggio. Attraverso la danza si spinge il soggetto a viversi la propria individualità.
Non vi sono “figure”, ognuno esprime attraverso il corpo come vive emozionalmente quel ritmo, manifesta anche in modo esasperato la propria individualità, riesce ad accettare i propri limiti fisici e psichici. Gli indigeni di Tau danzano tutti, vecchi, giovani, bambini, persino gli storpi e i ciechi. La Mead definisce la danza di Tau “una vera orgia di esibizionismo aggressivo e individualistico”[1].
Ma la danza di queste popolazioni, pur essendo un’attività sommamente individuale, si svolge sempre in una cornice sociale, che varia da occasione a occasione, da rito a rito. Di questa cornice il merito maggiore è appunto quello di non imporre regole di comportamento, che omologano gli uni agli altri, come avviene nella società moderna, dove ogni persona finisce per perdere la propria individualità.
E’ difficile oggi prendere coscienza di questo processo. Vestiamo tutti allo stesso modo, viviamo tutti negli stessi schemi, tendiamo tutti agli stessi obiettivi, inesorabilmente sentiamo e facciamo nostre cose che non ci appartengono, ci sembrano bisogni individuali esigenze che ci sono state imposte e che abbiamo assorbito come parti di noi stessi.
Questa maschera che la società ci mette addosso annichilisce la stessa nostra coscienza e la nostra capacità di giudizio. Il recupero della nostra individualità vera avviene molto spesso in seguito ad una forte crisi. Allora si squarciano i veli delle ipocrisie sociali e riappare nitida la nostra personalità con le sue esigenze, i suoi bisogni, le sue aspirazioni, i suoi odi e i suoi amori.
Questo processo di recupero del proprio sé può avvenire anche attraverso la danza, ma non certo tramite le modalità con cui essa attualmente si esprime.
Cosa è la danza, in epoca più vicina a noi ? Se partiamo dal balletto, come danza teatrale, dobbiamo pensare ad una tecnica codificata che si sviluppa nell’Italia del Rinascimento. Ridottissima era allora la gamma dei movimenti per i pesanti abiti che celavano il corpo, avevano spazio solo i giochi delle figure danzanti.
La graduale trasformazione dei costumi ha permesso una maggiore libertà di movimento dei danzatori e ha fatto spostare l’attenzione sui loro piedi. Ma proprio questo ha finito per privilegiare l’aspetto tecnico a scapito del significato espressivo dello spettacolo e della libertà interpretativa dei ballerini. Queste caratteristiche hanno accompagnato il balletto classico, quello romantico e infine quello moderno. L’influenza della cultura negra d’America ha però recuperato alla danza molta della libertà interpretativa dei suoi protagonisti. Insomma, si può dire che la danza vada riprendendo il suo ruolo originario di libero linguaggio del corpo.
Secondo i massimi esperti della psicologia della comunicazione, quella non verbale include le varie posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni e il ritmo della voce e ogni altra espressione non verbale di cui il corpo sia capace. La danza, a cui spesso si uniscono suoni vocali o musicali, rappresenta dunque il maggior concentrato di mezzi espressivi non verbali.
I messaggi non verbali hanno una valenza di interpretazione non equivoca. Sappiamo tutti per esperienza che essi sono più difficilmente manipolabili delle parole e quindi più attendibili. Se infatti è relativamente agevole mentire con le parole, diventa molto arduo tenere sotto controllo il corpo, il tono della voce, le mani e tutte le altre componenti della comunicazione non verbale. Basti considerare che ognuno riesce a focalizzare la propria attenzione su un solo elemento comunicativo per volta e che è quindi estremamente improbabile che si riesca a tenerli tutti contemporaneamente sotto controllo. D’altro canto è pur vero che, in caso di incongruenza tra messaggio verbale e non verbale, siamo quasi naturalmente portati a dare maggiore credibilità al secondo.
Ma la consapevolezza del corpo come strumento massimo di comunicazione è un risultato scientifico di recente acquisizione. A fare da cuneo in una considerazione che relegava il corpo in posizione subordinata rispetto allo spirito, e ciò non solo in chiave filosofica, ma anche sociologica e massmediologica, fu il famoso saggio che una cinquantina d’anni fa scrissero Horkheimer e Adorno sulla “Dialettica dell’illuminismo”.
“L’odio – amore per il corpo tinge di sé tutta la civiltà moderna. Il corpo, come ciò che è inferiore e asservito, viene ancora deriso e maltrattato, e insieme desiderato come ciò che è vietato, estraniato”[2].
Ecco, ai giorni nostri assistiamo forse al fenomeno inverso. E’ l’apparire la pregnanza maggiore del sé, mentre l’essere sembra relegato ad una posizione subalterna. E invece è di tutta evidenza come l’individuo in quanto tale debba essere considerato nella sua inscindibile unità corpo-spirito, e come tale unità possa risultare solo dall’equilibrio delle sue due componenti. A prevalere alla fine dovrebbe essere il concetto di persona, ma questo non è argomento che qui ci occupa. Sembra utile invece approfondire il concetto di corpo dal punto di vista della comunicazione e degli sviluppi che esso ha avuto nelle moderne acquisizioni scientifiche.
Il corpo rappresenta il primordiale linguaggio di cui è in possesso l’individuo sin dalla nascita, il linguaggio del corpo precede il linguaggio verbale. Attenzione, è il corpo che permette l’incontro con l’altro da sé, è il corpo che permette di inviare messaggi attraverso la mediazione di oggetti che sono in rapporto con lo stesso corpo.
La società con le sue regole, i suoi tempi, i suoi spazi ha focalizzato tutto sul linguaggio verbale, un linguaggio artificiale, correndo il rischio di perdere di vista il linguaggio corporeo che è naturale, proprio, ricco e utile.
L’individuo è il risultato di un costrutto interazionale tra componenti organiche-psicologiche-sociali.
E’ il corpo la base di fondo delle aree: emotiva, intellettiva, sociale. Queste si strutturano attraverso gli impulsi sensoriali
( visivi, tattili, uditivi, propriocettivi ) che ricevuti tramite il movimento e registrati dal Sistema Nervoso Centrale strutturano la personalità.
Il movimento è il medium tra corpo e area emotiva, intellettiva e sociale, è la chiave di lettura della personalità.
L’ AREA EMOTIVA = Motiva e sorregge il movimento; in questa area si sviluppa il controllo della stessa emotività; la gestione della impulsività; la fiducia in sé e negli altri; la sicurezza; la perseveranza.
L’AREA INTELLETTIVA = Programma, controlla il movimento; in quest’area si sviluppano i processi percettivi; delle capacità logiche; dell’immaginazione; della creatività; della fantasia.
L’AREA SOCIALE = Utilizza il movimento per conoscere e modificare il mondo esterno; in quest’area si sviluppano i principi della collaborazione; del rispetto della norma; dell’identificazione con il gruppo; della solidarietà.
Il passaggio dal “corpo percepito” al “corpo assunto” avviene attraverso la maturazione dell’interiorizzazione delle varie informazioni che ci pervengono dalle aree su elencate.
Il “corpo assunto” viene ad essere il risultato di una struttura che si evolve e si arricchisce attraverso il contatto continuo dell’essere, nella sua totalità motoria intellettiva ed affettiva, con il mondo esterno.
A questo punto possiamo dire che il movimento può essere la chiave di lettura della personalità, come anche l’elemento di trasformazione e promozione di una personalità più matura ed equilibrata.
Dobbiamo giungere allora ad una scienza del movimento umano, che parta dalla disponibilità corporea come condizione dell’essere nel mondo e del suo potere sul mondo.
Si deve insistere sul ” corpo proprio ” da contrapporre al ” corpo costruito ” , meccanizzato. Bisogna rivolgersi al ” corpo proprio ” per ritrovare le vere possibilità espressive della persona.
Il corpo proprio ha intatte le possibilità di espressione della persona, ha la disponibilità corporea che consente di viversi il proprio essere nel mondo e la sua capacità di incidere nel mondo.
Il movimento del corpo non è un processo isolato, l’atto motorio non è fine a se stesso ma è un modo di essere della persona nella sua totalità.
Il soggetto impulsivo, incapace di autocontrollo, maldestro o quello inibito, impacciato avrà sempre difficoltà nei rapporti con gli altri, con l’ambiente e sul piano delle acquisizioni intellettuali.
Da ciò parte la Danzoterapia, essa si fonda appunto sulla psicologia unitaria della persona.
Questa maggiore pregnanza di significato si rileva analizzando anche il rapporto che, in ogni comunicazione, c’è tra la parte di contenuto e quella di relazione. Si può dire in proposito che i messaggi di relazione servono a dare il valore corretto a quelli di contenuto. Volendo fare un esempio di riscontro comune, si può dire che i messaggi di relazione sono le parole digitate sul computer e quelli di contenuto sono i segni di funzione che chiariscono l’uso che vogliamo fare delle parole. La maggior parte di questi segnali di relazione vengono chiamati metacomunicazioni.
Attraverso questo linguaggio diciamo chiaramente al mondo come siamo, come percepiamo e come vorremmo essere percepiti.
In altre parole, si può affermare che la comunicazione non verbale riveste un ruolo centrale nel comportamento sociale dell’individuo. Infatti, attraverso i messaggi non vebali, ogni individuo, posto in una determinata interazione sociale, segue necessariamente determinate regole che lo muovono a compiere gesti in rapporto a quelli che compie l’altro individuo che interagisce con lui.
In questo senso, ancora una volta, la danza, che quasi sempre è rappresentazione non individuale, ma in massimo grado individualistica, assume una esemplare valenza significativa. E, se non ci sentiamo di condividere l’affermazione del grande coreografo francese Maurice Béjart, secondo il quale la danza “è l’arte del ventesimo secolo”, dobbiamo tuttavia riconoscere che essa rappresenta il gesto e l’anima, il distacco dalla materia e l’approdo alla libertà del corpo nel gran moto dell’universo.
Naturalmente il massimo traguardo si raggiunge col massimo livello di arte. Ma non è questo che ci interessa nel nostro attuale contesto. La danza libera o danza-terapia è una forma di espressione a cui tutti possiamo ricorrere per liberare emozioni e sensazioni. Attraverso questa tecnica, che pure denuncia un pizzico di arte, usiamo strumenti comunicativi che ci fanno stabilire contatti con un mondo primitivo del tutto inesplorato e più autentico della nostra stessa coscienza.
La danza-terapia è nata negli Stati Uniti tra gli anni ’40 e ’50. Mark Chace e Tom Scoop, che provenivano dalla danza moderna, affrontando i problemi dei malati mentali, scoprirono che la danza può essere il più efficace strumento per penetrare nel labirinto dell’anima degli psicotici. Col trascorrere del tempo, però, da terapia per la cura dei malati di mente, la tecnica è stata usata anche per individui assolutamente sani, desiderosi soltanto di scoprire e di esprimere il proprio mondo interiore ed emotivo attraverso il movimento del corpo.
Tale libera espressione di sé attraverso il movimento spontaneo della danza risponde a un’esigenza di creatività che tutti possediamo e che quasi sempre risulta soffocata. Possiamo dire anzi che alcuni disturbi psicosomatici, come la cefalea, l’orticaria, l’acne sino alla bulimia e all’anoressia, dai quali la danza-terapia riesce a liberarci, sono la conseguenza proprio di blocchi e di costrizioni di emozioni e sentimenti.
Del resto la funzione liberatoria della danza non è una acquisizione recente della psicologia. Già Jung sosteneva che si ricorre “ad atti rituali, danze, identificazioni con gli spiriti ancestrali nello sforzo evidente di evocare, risvegliare e richiamare alla memoria quegli strati più profondi dell’anima che la luce della ragione e la forza di volontà non possono raggiungere”.
L’improvvisazione è il dato caratterizzante della danza-terapia, ma è necessario anche il possesso di nozioni tecniche elementari riguardanti il movimento per evitare i primi intoppi sul piano espressivo. Si può quindi fornire al soggetto un tema base di movimento, che può essere una linea o un cerchio per indurlo poi a ritmi più complessi. Lo scopo finale è l’improvvisazione senza tema e senza base musicale, da cui ognuno dei componenti del gruppo esternerà il proprio mondo interiore. Il terapeuta lascerà molta libertà d’interazione ai partecipanti. Essi avranno per intera la responsabilità di modulare sugli altri i propri atteggiamenti.
Secondo Reich ciascuno ritrova il proprio vissuto nelle tensioni toniche del corpo. Il movimento è strettamente correlato all’inconscio. L’improvvisazione sarà dunque una sorta di viaggio al proprio interno. Il mondo emotivo si esprimerà senza alcuna mediazione dell’intelletto.
Nella danza-terapia si realizza l’esatto contrario della danza classica. Se questa, come ogni altro movimento ginnico, è regolata dalla simmetria, che maschera il proprio io, la danza-terapia è quasi sempre asimmetrica nella sua valenza appunto liberatoria.
Spetta al terapeuta cogliere le chiavi di lettura del movimento degli allievi. Sarà suo compito valutare con ciascuno di loro il significato dei vari comportamenti.
Il movimento è il nostro primo linguaggio. Esso comincia già nel grembo materno. Dopo la nascita stabilisce le nostre prime relazioni esterne. Il bambino si muove e tocca prima la madre e poi gli oggetti. Così egli parla dei suoi bisogni. Il movimento del corpo della madre gli fornisce le prime risposte e le prime gratificazioni.
Crescere e conquistare gradualmente l’uso della parola non significa perdere il bisogno di scoprire il mondo attraverso il movimento. In un certo senso, il terapeuta fa compiere all’allievo un viaggio a ritroso nel tempo, sino ai confini della sua nascita. Egli guarda e risponde, guidato dai movimenti dell’allievo. Il dialogo può assumere un rilievo primario anche nel corso della seduta. L’allievo aspira a ricevere appoggio. Ripercorrendo le fasi della propria vita, egli mima col movimento le sue aspirazioni più profonde. I suoi sogni rivivono ed ora possono entrare veramente nella sua vita. Il movimento e l’interpretazione che di esso dà il terapeuta gli fanno scoprire i suoi opposti, le sue contraddizioni, gli fanno ricomporre il mosaico della propria esistenza e delle proprie aspirazioni. La terapia della danza crea un ponte tra il conscio e l’inconscio, fa assumere coscienza e comprensione profonda dei propri sentimenti.
Il rapporto con gli altri risulta chiarito e rafforzato da questo processo individuale. Nel gruppo l’individuo diventa conscio delle necessità che comporta il lavoro comune. Il terapeuta struttura la seduta come una discussione. Muovendosi insieme agli altri ognuno diventa capace di assumersi il rischio della propria identità e riscopre di avere un valore incalcolabile. La danza libera l’attenzione e induce negli altri un riconoscimento, sia come individui che come membri del gruppo. La musica, quando si usa, aiuta a liberare i sentimenti, crea uno spirito di gruppo e fa meglio condividere il movimento.
L’associazione di danza e musica può essere molto utile in una gamma svariata di casi. In molti altri è invece da escludere, quando il soggetto appare al terapeuta troppo vulnerabile nei confronti del mondo esterno e tale da subire dunque condizionamenti anche dalla semplice emissione di suoni. In genere però la musica è un supporto naturale della danza. Il problema è, in terapia, di scegliere brani musicali non dissonanti con il mondo interiore del paziente e, a terapia iniziata senza supporto musicale, scegliere poi una musica che aiuti il soggetto ad esprimere meglio se stesso e a tirar fuori le proprie sensazioni e le proprie emozioni, o a sperimentare nuove sensazioni e nuove emozioni.
La musica, d’altro canto, è un mezzo primario di comunicazione, allo stesso modo del movimento corporeo. L’uso che di essa si fa di solito in terapia riguarda individui colpiti da disturbi psichici e psicofisici anche gravi o affetti solo da menomazioni psicofisiche recuperabili o da semplici disturbi emotivi.
Il più antico documento scritto sull’uso della musica a fini terapeutici sembrerebbe attestato da alcuni papiri egiziani scoperti a Karoun da Patric nel 1899. Essi recano la data del 1500 A.C. e si riferiscono all’influenza della musica sulla fertilità della donna. Per non parlare della Cina, dove già nel 2697 A.C. l’imperatore Huang Ti formulando la scala pentatonica sottolineava l’importanza della musica come terapia. Con i greci ci avviciniamo all’epoca moderna. Per Platone la musica è igiene mentale. Aristotele dirà poi che le arti del ritmo contribuiscono ad ottenere serenità e a rimuovere l’ansia. Ma è soprattutto con l’avvento del Romanticismo che si prende realmente coscienza dell’azione psicofisica della musica. Essa, insomma, veicola anche le emozioni più interiorizzate, agisce sul piano fisico e comporta profonde risonanze affettive.
Già l’ovulo fecondato, annidato nell’utero, reagisce ai suoni. E’ in contatto con le pulsioni del cuore materno e con numerose vibrazioni: movimenti parietali uterini ed addominali, rumori intestinali e respiratori. Il feto percepisce poi questi suoni o vibrazioni come essenziali per la continuazione della vita. Esso li memorizza creandosi quell’ ” involucro sonoro prenatale “, come lo definì Edith Lecourt, che è in simbiosi con l’ambiente nutritivo.
E per ora fermiamoci a queste notazioni, ribadendo però che il binomio danza – musica in certi casi è da considerarsi inscindibile e che, abbinate o da sole, musica e danza costituiscono due formidabili ausilii terapeutici.
Il terapeuta deve essere, dunque, estremamente ricettivo rispetto ai problemi specifici di ogni membro del gruppo. Scopo principale della terapia è di rendere possibili i cambi in positivo che ognuno auspica per se stesso. Questo processo è a volte difficile, altre volte risulta più semplice e può scaturire da altre esperienze gioiose. Quando i soggetti cominciano ad entrare in contatto tra loro, la confidenza che ne risulta agevola il terapeuta nel focalizzare i sentimenti più difficili. Ma egli agisce sempre nel pieno rispetto dell’integrità e dignità degli allievi. Ogni persona diventa parte integrante di una esperienza comune ma conserva intatta la propria individualità. Ognuno diventa capace di dare e ricevere, di volere e di adoperarsi per gli altri. La danza dà forma e struttura a ciò che è in noi ed aspetta di esprimersi . E’ l’individuale calato nel sociale al suo livello migliore.
Il muoversi e il guardare gli altri muoversi portano ad una più piena integrazione tra spirito e corpo e tra individuo e gruppo.
All’inizio del processo gli impulsi prendono corpo in modo indistinto. Poi, con lo svilupparsi del lavoro, si delinea meglio la personalità individuale e la possibilità di intesa tra i componenti del gruppo.
Dopo il movimento essi si riuniscono in circolo e cominciano a parlare tra loro. Ciò che era inconscio ed è divenuto conscio col movimento viene esplorato e selezionato. Da una sorta di inconscio collettivo cominciano a delinearsi nettamente le coscienze individuali. Essere visti dagli altri aiuta a vederci in modo differente. Essere visto da un testimone fidato genera un duplice processo: l’osservato impara ad accettarsi per quello che è, l’altro evolve la propria personalità.
Questo tipo di lavoro insegna a parlare insieme. Mentre passiamo dalla non conoscenza alla conoscenza e dall’oscurità alla chiarezza, ogni aspetto del nostro essere viene esplorato e selezionato, tutto ciò che è formato si dissolve ed emerge una nuova energia. Incorporare la propria fiducia aiuta a vedere meglio gli altri. Da testimoni di sé stessi si impara ad essere testimoni della società.
Verifichiamo ora l’applicabilità dei concetti espressi ad alcuni casi concreti, osservando preliminarmente che questo tipo di psicoterapia riguarda tutti quei casi problematici nei quali la dimensione affettivo – relazionale appare dominante nell’instaurarsi di una nevrosi. Ed è chiaro che in questo contesto è proprio l’azione la fonte di conoscenza.
Si procede attraverso esercizi di memoria sensoriale ed emotiva, sono le emozioni vissute a sviluppare poi l’analisi dei processi interiori che hanno lasciato nel soggetto tracce indelebili. L’abilità è scoprire attraverso il movimento. Prendiamo il caso di Anna (ventidue anni, di natura molto irrequieta, manifesta notevole ansia). Ha difficoltà a concentrarsi, insicura e fragile è desiderosa di appoggio come di indipendenza, ha vissuto un rapporto conflittuale con la madre, il padre è una figura inesistete da lei sempre cercata. Sottoposta a psicodiagnosi si ritiene che per lei la psicoterapia ideale sia legata al movimento.
Il movimento diviene per lei il miglior mezzo di autoesplorazione.
In questo processo non segue nessun movimento pianificato. Ha imparato a prestare attenzione al suo mondo interiore, si abbandona ai suoi impulsi e si muove liberamente collegandosi alle sue risorse interiori.
Il terapeuta guarda e risponde attraverso l’empatia, attraverso l’esperienza del corpo e della mente e suggerisce delle gestalt.
Il movimento esprime l’energia prodotta dai sentimenti di Anna. Si ravvisa in lei il bisogno di ricevere appoggio ma nello stesso tempo di essere indipendente e di non sentirsi invasa nel suo essere. Come la maggior parte delle persone ancora immature, la ragazza vive il conflitto tra il desiderio di dipendenza e quello di indipendenza. Il terapeuta le suggerisce una gestalt che le faccia ricordare un’immagine legata alla sua infanzia. Comincia a lavorare sul sentirsi al di sotto e su ciò che è intorno. Si vive bambina che vuole attirare l’attenzione, felice quando riesce a farlo, triste quando gli altri sono presi da altro.
Si alza e si abbassa sperimentando la sensazione della crescita, a contatto con il suolo i suoi movimenti sono più spontanei ed istintivi, in alto più controllati e freddi. Si manifestano gli opposti, superiorità e inferiorità, forza e debolezza, seduzione e vergogna, inibizione e sfrontatezza. Questi sentimenti conflittuali danno luogo ad una immagine in cui lei si rifugia in un tunnel e, pian piano uscendone, strisciando con il suo corpo sul suolo, si pone in posizione eretta, si erge sulle punte dei piedi e sente la forza e la libertà del suo corpo.
Il terapeuta le suggerisce una nuova gestalt dove lei è un albero, Anna si pone in sintonia con tale natura, si sente in un primo momento immobile, non vive bene questa condizione, ciò la riporta al senso di oppressione vissuto nell’adolescenza quando sentiva i genitori che la limitavano nelle sue azioni. Pian piano si accorge di ciò che le è intorno, sente lo spazio aperto che la circonda, il suo essere radicata al terreno le fa sentire forza e sicurezza. Può permettersi condizioni climatiche avverse, il suo corpo sperimenta il movimento che si determina dalla spinta del vento, della pioggia, della grandine. Le avversità della vita sono nulla se si è saldamente radicati al terreno.
Sente sui rami le piccole gemme che le fanno capire che si sta rigenerando, sta vivendo una nuova primavera. Attraverso il movimento e l’immagine, trae forza dal suo corpo, dal proprio essere.
Viene esplorato il ritmo, Anna esprime subito lo stress che vive ogni giorno. Rappresenta con il corpo un treno in movimento, il ritmo aumenta nel tempo, tutto il corpo è coinvolto, i piedi, le gambe, la schiena, le braccia, le mani; all’esterno immagina lampi, turbini, grandine, mare in tempesta. Il terapeuta le chiede di immaginare e di sentirsi il pendolo di una pendola. Esprime il ritmo sereno e costante, apprezza la dolcezza del tempo che scorre lento e naturale.
Inizia a dondolarsi non più come un pendolo ma come una bimba che si abbandona al dondolio di un’altalena, ma si rende conto che il ritmo può cambiare ed è lei a farlo. Inizia a capire che il tempo, il ritmo devono essere vissuti e gestiti da se stessi, non bisogna calarsi nel turbine dell’ansia dove tutto deve essere fatto presto e subito, dove tutto è necessario e se non lo si fa si perde un’occasione, ci si sente falliti.
Anna manifestava tra i suoi sintomi ansia e irrequietezza, con questo lavoro ha potuto scaricare tensione attraverso il movimento iniziale, piano piano accostandosi ad un ritmo diverso ha potuto percepire altri ritmi e capire che è lei a gestirsi il suo tempo.
Clara è una bimba di nove anni che manifesta spunti autistici.
Ospedalizzata dalla nascita, torna a casa al quarto mese di vita. Sappiamo che il contatto fisico con la madre, con l’adulto è la primaria fonte di informazione affinchè avvenga lo sviluppo della consapevolezza corporea e dell’immagine di sé. Clara non ha potuto ricevere quel riscontro che può ricevere un bambino nei primi mesi di vita in risposta alla propria attività, alle proprie manifestazioni emozionali. Le difficoltà di comunicazione si sono manifestate già dal ritorno di Clara a casa nonostante la disponibilità di amore tempo e dedizione della madre. In alcuni casi le difficoltà di comunicazione possono sorgere quando un bambino reagisce in maniera diversa da ciò che ci si aspetta o in maniera troppo difficile da interpretare. Così può sfuggire ciò che vuol dire e le risposte dell’adulto generano confusione e fraintendimenti reciproci. Si ha così la “discrepanza”, ciò che gli psicologi definiscono come mancanza di sintonizzazione con l’altro, che può condurre al desiderio di chiudersi all’altro.
Per Clara si è pensato che la migliore psicoterapia per lei fosse la danzoterapia. Quando le parole falliscono e la possibilità di comunicare ci appare lontana, il movimento può aiutarci.
Nella prima seduta, per creare un primo contatto viene utilizzata una musica che genera un’atmosfera di calma e rassicurazione. Lo scopo è quello di creare la predisposizione mentale al contatto e al dialogo successivo con Clara.
Riscopriamo qui l’importanza del supporto musicale nella danzoterapia. La musica, come dice Salk, ha lo scopo inconscio di captare le esperienze sensoriali fino a quelle percepite durante la vita fetale. Essa permette una simbolizzazione di regressione. Stimolando il ricordo di situazioni traumatizzanti che erano state dimenticate genera fenomeni di sblocco di complessi e di ossessioni.
La provocazione degli stadi regressi rappresenta una delle proprietà fondamentali della musicoterapia. La musica, a differenza della parola che è costretta ad osservare precise norme grammaticali, non segue schemi rigidi e si presenta sotto diversi aspetti. Quello costituito dall’unione con la danza è certamente il più naturale di tutti.
Torniamo al caso di Clara.
Posta davanti allo specchio, la bambina comincia a guardarsi, il terapeuta seguendo il ritmo della musica si muove e spinge Clara a muoversi in maniera sempre più coordinata seguendo il ritmo.
La seduta terapeutica si sviluppa e progredisce quando il terapeuta e la bimba cooperano seguendo insieme il ritmo e il movimento . Attraverso una danza parallela, l’uno accanto all’altra, la sincronia dei movimenti, entrano in relazione, iniziano a lavorare faccia a faccia, si stimolano e si rispondono attraverso il movimento, ed è proprio il movimento la base di questa relazione.
Col progredire della terapia si crea una certa intimità che permette loro un messaggio di diversa natura, entrano in contatto toccandosi e parlando, associano movimenti e parole. In questo modo si istaura una sorta di gioco che permette a Clara di scoprire se stessa, i suoi bisogni. Si verifica il transfert ed una forte regressione che le fa rivivere il periodo dell’allattamento. Infatti attraverso i gesti esprime il bisogno di stare tra le braccia del terapeuta, di sentirsi contenuta, nutrita, accudita.
Con l’evolversi della terapia Clara vuole muoversi verso l’indipendenza, come un neonato inizia a camminare carponi e segue tutte le fasi dell’evoluzione dello sviluppo che vive ogni individuo.
Le appare un’opportunità per vivere l’armonia necessaria a se stessa e l’occasione di usare la sua iniziativa in maniera costruttiva per instaurare un rapporto positivo con il mondo che la circonda. Ora finalmente Clara inizia a manifestare apertamente il suo bisogno di contatto con gli altri. L’approccio della danzoterapia spinge coloro che hanno scarse abilità espressive o una relazione negativa o passiva con gli altri, al contatto corporeo, alla consapevolezza interpersonale, alla sensibilità, alla relazione.
Clara nei primi mesi di vita è stata privata della comunicazione costante e attiva di cui necessita ogni neonato. Dagli anni Sessanta ricerche internazionali hanno dimostrato che dalla nascita il bambino ha una istintiva ricettività alla comunicazione con l’adulto, non solo, ma ha un ruolo attivo nella relazione interpersonale.
Clara è riuscita a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del terapeuta, riesce a leggere e a identificare i messaggi e reagisce in maniera appropriata ai segnali che riceve. Nasce un dialogo gradevole dove si instaurano rituali, si stabiliscono regole e l’insicurezza, l’angoscia del non conosciuto e l’incertezza sono ridotte per poi annullarsi.
La sicurezza e la reciprocità si sviluppa a macchia d’olio, Clara impara a identificare i rituali e mostra aspettative per ciò che deve accadere, si apre agli stimoli offertile, affronta i cambiamenti e si spinge all’iniziativa nel dialogo interpersonale.
Con il tempo Clara allarga questi contatti essendo inserita in una terapia di gruppo.
Il bisogno di muoversi e di toccarsi non si perde col tempo. Attraverso la musica il terapista spinge i componenti del gruppo a liberare le proprie emozioni, i propri sentimenti. Possono esprimersi liberamente, espandersi, aprirsi, conoscersi. Dopo che ognuno si è espresso per sé stesso il terapeuta spinge tutti a formare un cerchio. Tramite il cerchio avviene il contatto, pochi e piccoli gesti rivelano la personalità di ognuno, posti faccia a faccia i soggetti iniziano a scoprirsi. Il messaggio è sempre più ricco: il tatto, il gesto, il linguaggio degli occhi sono complici di una danza di intimità, in cui il soggetto non si sente più rinchiuso nel suo solipsismo, ma vive un’esperienza comune che gli fa superare i limiti della propria corazza psichica.
Per Clara era importante creare anche un controllo interiore e avere fiducia negli altri. Il terapista attraverso l’utilizzo di semplici azioni imperative ha costruito la struttura di movimenti che le permettono ora un’espressione sicura.
La danzoterapia di gruppo, quindi. Abbiamo appena accennato agli effetti positivi ricevuti da Clara quando è stata inserita in una terapia di gruppo. Esaminiamo ora le coordinate di un intervento terapeutico di questo tipo.
Il gruppo, dopo una breve presentazione sollecitata dal terapeuta, viene lasciato libero nella sala di muoversi, guardarsi, toccarsi. Il movimento, autentico, non gestito, permette ai membri del gruppo di sperimentare la relazione del muoversi e dello stare a guardare, rappresenta il colloquio aperto con il proprio Io e con l’altro da sé, è una risorsa creativa per una pratica spirituale ed emozionale.
Nel cosiddetto ” riscaldamento ” che rappresenta la regressione al vissuto del non verbale, il soggetto inizia a sperimentare e liberare dei sentimenti e delle emozioni. L’imbarazzo e la tensione sono crescenti, spesso si manifestano con la risata che è una tipica scarica di tensione. E’ difficile orientarsi in uno schema di comportamento mai sperimentato. In genere, tutti sanno comportarsi nei propri ruoli, tutto è già stabilito. Basta muoversi utilizzando le norme del gruppo sociale, ovvero modelli comuni di percezione e di pensiero, di comunicazione, atteggiamenti e comportamenti.
Si verifica dunque tensione ed imbarazzo quando ci si trova in situazioni nuove o senza riferimenti. Il tempo reale si differenzia sempre di più dal tempo fantasmatico che si allunga. Esempio banale ma tipico in proposito è il disagio che si prova in ascensore o in una sala d’attesa di un professionista priva di giornali o riviste la cui lettura possa aiutarci a sfuggire alla passività e all’imbarazzo dell’affrontare un linguaggio che ci fa paura, che ci genera ansia.
Si può cercare di conoscere l’altro attraverso lo sguardo che provoca in noi emozione e ci fa leggere l’emozione dell’altro. E, riferendoci al contatto fisico, quante volte abbiamo sperimentato una stretta di mano ” falsa”, “calda”, “troppo forte”, “viscida”, un abbraccio “teso”, “falso”, “sincero”, “accogliente” ?
Inizia ora la terapia .
Questo è il momento, qui ed ora, ci riuniamo in un movimento autentico dove non conta l’apparire ma l’essere, ci vediamo e siamo visti così come siamo. Diamo completa fiducia a noi e agli altri e al nostro corpo di ricordare ed esprimere la verità. Siamo sicuri che la nostra autenticità ci dà la chiarezza della nostra esistenza.
Su questo canovaccio si sviluppa la danzoterapia di gruppo. Il corpo è libero di muoversi senza la paura del giudizio del sé e dell’altro, una persona inizia a muoversi dando spazio all’integrazione tra il suo spirito ed il suo corpo, gli altri guardano, entrano in empatia con il soggetto attivo e sperimentano emozioni spesso negate.
Spesso il soggetto attivo ha gli occhi chiusi per un ascolto più profondo, il buio ed il silenzio aiutano il contatto con i propri fantasmi inconsci, le sensazioni, i ricordi, i suoni, gli odori. Si discende la scala dell’inconscio attraverso la guida del corpo e degli impusi più reconditi.
Il terapeuta suggerisce a chi lo voglia di ascoltarsi e lavorare ognuno con le proprie modalità. C’è chi utilizza il gesto per manifestare i propri impulsi, chi il movimento, chi scarica energia in una sola parte del corpo. Comunque emerge qualcosa di sepolto dentro di noi. C’è chi segue le proprie emozioni, chi le immagini, chi le sensazioni.
Seconda fase. L’esperienza corporea ora si ferma e il gruppo, riunito in circolo, inizia a manifestare verbalmente ciò che ha vissuto col corpo.
L’esperienza inconscia diviene conscia quando si comincia a parlare di ciò che si è vissuto solo con il corpo, si descrive ciò che si è visto, sentito, percepito, esplorato. I testimoni sono al di là del giudizio, si vive qui un rapporto peculiare con gli altri, dove gli altri, insieme al terapeuta, fungono da contenitore, dove anche gli altri offrono la loro esperienza inconscia.
Si sviluppa un inconscio collettivo che fa da supporto alla coscienza personale.
Essere visti dagli altri ci fa specchiare, vederci con gli occhi di un testimone fidato ci fa capire, crescere, accettare.
Può accadere che in una esperienza di danzoterapia uno o più testimoni sentano impulsivamente di partecipare come contenitore di colui che si muove. In questo tipo di lavoro si impara a parlare insieme con il corpo e con l’inconscio. Gli altri testimoni parleranno poi della loro esperienza, non di ciò che hanno immaginato che vivessero coloro che erano in movimento ma di ciò che hanno vissuto su se stessi nel guardare, nello scegliere cosa condividere, cosa viversi dentro.
Il terapeuta può suggerire di porsi in cerchio, ognuno può mettersi al centro per sentirsi contenuto dal gruppo, nel cerchio ogni persona può solo guardare, muoversi da sola o insieme agli altri, liberamente come preferisce, dando spazio alla spontaneità del momento. Si può passare dall’essere al centro, all’essere testimone che guarda, al testimone che si muove, si passa dalla non coscienza alla coscienza, dalla chiarezza alla confusione. Ognuno vede l’altro mentre vede se stesso. Il testimone esterno viene interiorizzato, nasce una nuova fiducia, una nuova energia che dà forza e sicurezza all’essere.
Si può dire, avviandoci alle conclusioni, che la danzoterapia faccia approdare gradualmente il paziente ad uno stato di normalità nella rappresentazione di se stesso e gli offra scenari più verosimili nella interpretazione degli altri e nella fruizione della vita. Essa può aprire nuovi orizzonti all’interazione sociale, in cui il linguaggio non verbale svolge un ruolo importante, anche se non ne siamo sufficientemente consapevoli. Nonostante l’uso naturale, frequente e abituale dei gesti, è difficile infatti averne la consapevolezza, descriverlo dettagliatamente e con sistematicità.
Nella nostra cultura si dà molta e forse eccessiva importanza alla parola. E ci affanniamo a decifrare tutti i messaggi che da essa derivano, mentre trascuriamo l’analisi dell’importanza di molti aspetti del linguaggio non verbale tanto connaturato in noi da attribuirgli prevalenza di significato su quello verbale.
Un esempio tipico può essere la maggiore credibilità che diamo ad un messaggio corporeo in contraddizione o in smentita di quello verbale. Se dico ad un soggetto vai fuori ma nello stesso tempo faccio segno con il dito di no ed alzo semmai le sopracciglia, viene data fede all’informazione trasmessa attraverso il gesto e il cenno. Se dico di essere una persona disinvolta e serena nel parlare in pubblico e poi arrossisco ed ho le mani sudate tutti pensano che mento con le parole. Risulta quindi più efficace un messaggio non verbale di uno verbale, ma tutto questo non è ragionato, è solo vissuto.
Allo stesso modo leggiamo senza accorgercene, nel sistema cinesico, le posizioni del corpo nello spazio, la postura, l’espressione del viso, il movimento delle mani, della testa. Esse hanno un alto significato comunicativo e spesso sono codificabili sul piano culturale. Per Ekman e Friesen il comportamento non verbale ha un valore simbolico speciale, che attraverso un elementare linguaggio corporeo esprime atteggiamenti inconsci legati all’immagine del sé e del corpo. Atteggiamenti che risalgono alle prime relazioni del bambino con i genitori. E, ancora risalendo, fino ai nonni, fino ai trisavoli. Insomma, il linguaggio del corpo è parte della nostra storia, della nostra famiglia, del nostro gruppo sociale. Ha una valenza più antica, quasi ancestrale, quindi più vera e immediata del linguaggio verbale, che è frutto anche di sovrastrutture culturali e di mediazioni ambientali. E’ la riscoperta più autentica dell’essere. Il segno di una inestinguibile volontà individuale, dell’affermazione del sé in contrasto col mondo, non per sopraffare il mondo, ma per migliorarlo.
Forse aveva ragione Nietzsche. Oltreuomo e non superuomo. O forse Hegel. L’individuo come rappresentazione dello spirito universale. Ma questo è, e potrà essere, un altro discorso.