di Sonia Rosaria Petrosino
Negli Stati Uniti già novantamila morti. Non esistono stime
attendibili per l’Europa. E’ certo però che il fenomeno va assumendo
dappertutto dimensioni imponenti e sempre più allarmanti. Quello che
conforta è l’accresciuta consapevolezza della gravità del problema e
della necessità di risposte sempre più adeguate, sia a livello
collettivo che individuale. Ma perché queste risposte siano veramente
efficaci, occorre introdurle nel giusto rapporto con le componenti
psicosociali del fenomeno.
L’AIDS fa da protagonista ormai non solo in riviste specialistiche
ma anche in quotidiani e periodici. Ciò ha creato un’ondata d’isteria
tanto che in Inghilterra è stata coniata una definizione come
“sindrome di panico indotta dall’AIDS”.
Possiamo analizzare tale sindrome sotto vari aspetti.
Da un punto di vista psicosomatico, dobbiamo ricercare la
correlazione simbolica esistente tra una malattia del sistema
immunitario, che è quanto di più individuale e peculiare ci sia tra
le funzioni dell’organismo, che evidenzia la nostra unicità ed
individualità, quindi il riconoscimento del Sé dal non Sé, di ciò
che è nostro da ciò che non lo è, e l’intimità e l’annichilimento
del Sé che si sviluppa dal rapporto sessuale considerato elemento
cardine della diffusione della malattia. Questo rapporto è la
frantumazione del nostro egocentrismo, del nostro microcosmo e vive in
sé la dialettica tra conservazione ed autodistruzione di esso.
Da questa correlazione nasce l’angoscia collettiva, che si manifesta
in paure immotivate, in relazione a situazioni ed oggetti.
E’ accaduto che persone affette da AIDS fossero sfrattate dalla loro
casa, licenziate dal lavoro, abbandonate dalla famiglia, che il
personale ospedaliero si rifiutasse di assisterle, che persino imprese
di pompe funebri non accettassero le onoranze alle vittime di tale
malattia.
I vigili del fuoco, in Inghilterra e in Australia, hanno chiesto e
ottenuto di non praticare la respirazione bocca a bocca per la
rianimazione delle vittime di incidenti.
Tutto questo ci fa pensare a dei meccanismi di difesa
che operano comunque in noi, ma in determinate situazioni divengono
inefficaci perché troppo rigidi ed unici, tali da ostacolare la
flessibilità, l’armonia, l’adattamento delle funzioni mentali.
Illuminante, in proposito, il caso limite di una ragazza napoletana che
per circa un mese si era convinta di essere affetta da AIDS. Con un
meccanismo di difesa, la proiezione, aveva spostato il pericolo
pulsionale dall’interno (cioè il desiderio sessuale), verso l’esterno
(l’AIDS), che attraverso il suo mondo fantastico l’aveva condotta ad
una fantasia di somatizzazione. Una pulsione disturbante, proibita,
viene dunque riportata qui su una rappresentazione meno disturbante,
perché legata al fisiologico e non allo psichico; ma nello stesso
tempo legata da un elemento associativo, cioè la sfera sessuale.
Con l’AIDS, in definitiva, può aversi una vera e propria catarsi per
la sua valenza punitiva, e una catalizzazione di forze per il super-Io.
Da un punto di vista psico-sociale, la gonfiatura del panico da
epidemia è servita, in special modo nel primo periodo in cui la
malattia si è manifestata solo in alcuni gruppi marginali, quali gli
omosessuali e i tossicodipendenti, come rinforzo per consolidare
l’identità, in termini di ideologia, dei membri cosiddetti normali.
Ciò è direttamente collegato col fenomeno del “capro espiatorio”,
che e’ la valvola di sfogo, per l’aggressività e l’intelligenza che
generano i sistemi sociali ideologicamente mascherati.
Si ritrova qui un meccanismo di difesa dell’Ego, cioe’ lo
spostamento che assume dimensioni sociali perche’ diffusissimo.
Tensioni e frustrazioni, accumulate giorno per giorno per il
raggiungimento del potere e del prestigio sociale vengono scaricate su
un oggetto arbitrario in quanto privo di connessione con la specifica
tensione o frustrazione. L’aggressività viene spostata su un oggetto-
gruppo, che nulla ha a che fare con la genesi di essa. Negli Stati
Uniti, ad esempio, molti giornali hanno ricevuto piogge di lettere
che proponevano la fucilazione o la castrazione di tutti gli
omossesuali o in maniera piu’ velata la chiusura di tutti i
locali frequentati dai <<gay>>. Negli ultimi tempi si e’verificato il
fenomeno opposto,che pero’ porta allo stesso risultato.A San
Francisco,considerata la capitale mondiale dell’AIDS,si moltiplicano
i locali e le iniziative destinate agli omosessuali, la cui
diversita’ e’ accettata proprio per meglio combatterla.In ambito
psicosociale viene molto utilizzata dunque la proiezione.Specifiche
attivita’ e contenuti psichici condannati dal sociale sono repressi
inconsciamente, ma come dice Fenichel (1951)
il represso, benche’ non consciamente sentito, rimane
tuttavia efficiente. La proiezione serve a gettar
fuori questi contenuti, a liberarsene prestandoli ad altre
persone, a dei “capri espiatori” che sono utilizzati come “schermo” sul
quale proiettare i propri contenuti psichici.
Ma se l’AIDS si fosse manifestata solo nei gruppi “marginali”,
quali omosessuali e tossicodipendenti, i mass-media non avrebbero
potuto tanto gonfiare la paura dei cosiddetti normali. Poteva
essere vissuta come un morbo che colpisce chi ha rifiutato o non ha
mai acquisito un buon comportamento sociale, ma probabilmente
non sarebbe stata generalizzata come “peste moderna” e sarebbe rimasta
“peste gay” o “peste da tossicodipendenza”.
A dilatare questi meccanismi di reazione non poco ha contribuito
però proprio una contrastante valutazione del fenomeno AIDS da parte
degli strumenti di comunicazione di massa, quali anzitutto i giornali e
la televisione. Limitiamoci ad esaminare quelli del nostro paese, ma
si può dire che altrettanto, come linea di tendenza, sia avvenuto un
po’ in tutto il mondo.
Si possono cogliere due versanti di opinioni, che riflettono
anzitutto gli schemi politici predominanti. Da un lato una corrente
di pensiero per così dire conservatrice, dall’altro giornali e reti
televisive – ma anche radiofoniche – d’impostazione progressista.
Schematizzando ancora, mezzi d’informazione di centro e mezzi
d’informazione di sinistra.
Ebbene, tra quelli del primo gruppo – possiamo citare per tutti
il Corriere della Sera, il Giornale nuovo, ma anche il Tempo, la
Nazione, o il Tg 1 e il Gr 2 – è prevalsa sin dal primo momento
della psicosi AIDS una valutazione per così dire estensiva del
fenomeno. La peste dilaga, l’AIDS si avvia ad essere più
micidiale del cancro, dagli omosessuali ai drogati, alle altre
categorie di emarginazione, alla prostituzione maschile e femminile,
alle carceri, ai luoghi di aggregazione promiscua, ai gruppi
d’immigrazione dai paesi extracomunitari. Intendiamoci, non che
situazioni simili non esistano o che non abbiano già prodotto effetti
allarmanti, ma è certamente sintomatica di un modo d’intendere
rapporti sociali e quindi l’evoluzione del mondo una diagnosi come
questa che mira soprattutto a generalizzare la paura, ad opporre una
barriera emotiva alla valutazione razionale del fenomeno, la sola
che possa rendere possibile una risposta adeguata ad esso, sia in
termini individuali, che collettivi.
Dall’altro versante, quello di sinistra (escludiamo dalla
considerazione i mezzi informativi di destra, che hanno sposato nei
confronti dei malati di AIDS una tesi razzistica e oltranzistica), è
venuta una valutazione squilibrata in senso opposto. Non che abbia
sottaciuto pericoli e allarmi, ha indotto invece un atteggiamento
protezionistico in eccesso verso i malati di AIDS, a cui ha fatto
riscontro, nei confronti dei cosiddetti normali, una campagna a dir
poco semplicistica: usa il profilattico e sarai tranquillo. Insomma,
combatti la malattia come combatti l’incremento demografico.
Salvo poche eccezioni – sono sembrati tali alcuni interventi della
Repubblica, della Stampa, del Tg 2 o della rete Due della Rai – nemmeno
i mezzi informativi considerati di progresso hanno prodotto dunque
un’immagine psicosociale corretta del fenomeno. Quella prevalente crea
così ancora pericolose correlazioni tra omosessualità, promiscuità
sociale e punizione divina.
L’AIDS viene utilizzata per condannare dei gruppi, l’epidemia si
considera generata dall’immoralità di tossicodipendenti ed
omosessuali. Si percepiscono cosi’ i malati colpevoli e non vittime
della loro malattia. Si sposta quella che e’ una questione medica ad
una morale.
Negli ultimi vent’anni si è avuta una rivoluzione sessuale,
sono stati rivendicati diritti alla propria sessualità per
viverla nel modo più appropriato alle esigenze di ognuno. Il fenomeno
della liberazione dei gay fa parte di questa trasformazione dei costumi
sessuali, come la tolleranza verso chi ha comportamenti sessuali
diversi. Ciò non toglie che esistano ancora dei pregiudizi a riguardo.
La crisi provocata dall’AIDS non solo è esplosa nel mondo degli
omosessuali, ma ha sviluppato in tutti la coscienza del pericolo
determinato da una vita sessuale promiscua, con rapporti sessuali
anonimi. Si è creata una corrente opposta alla sperimentazione
sessuale, che esalta l’affettivita’ e il rapporto monogamico.
L’esigenza della relazione stabile sposa la necessità soggettiva
dell’uomo di oggi, che è carente di sicurezza affettiva, con la
necessità di minimizzare i rischi del contagio.
Come ogni scelta anche quella relativa alla libertà sessuale deve
rimettersi alla coscienza del soggetto. Ma tale opzione non deve
nascere né maturare dal condizionamento di mode o teorie. Spingersi a
tutti i costi ad un rapporto libero, promiscuo senza alcuna base
psicologica, manca di motivazione e crea relazioni vuote che sviluppano
ancor di piu’ atteggiamenti e comportamenti solipsistici.
Insomma il serpente si morde la coda. O, in termini sociologicamente
più consueti, il paradosso del carceriere e del carcerato. Perchè, se
non cambiamo totalmente il modo di concepire il malato di AIDS e la
lotta che deve farsi alla malattia, si rischia di rimanere invischiati
in una spirale senza vie d’uscita, sia a livello individuale che di
misure preventive e repressive.
A livello individuale, una valutazione della propria vita e dei
propri rapporti sessuali in senso di eccessiva liberalità o di
preconcetta limitazione, induce a fenomeni comportamentali dello stesso
segno, pur nei versanti opposti, tra malati e cosiddetti normali. O si
generalizza e si getta la propria vita allo sfascio, nel “carcere”
della malattia o della noncuranza per il contagio, o condanniamo noi
stessi e i malati al “carcere” dell’isolamento, sessuale prima ancora
che sociale.
In entrambi i casi produciamo quindi una risposta sbagliata alla
malattia, sfociando in fenomeni imitativi che possono essere anche
indotti dal passaggio, non inedito perché si è già verificato con il
dramma droga, dalla paura alla curiosità. Si è cominciato molto spesso
con la lotta spietata alla droga e al mondo dei drogati, si è finito
per interessarsi personalmente e sulla propria pelle degli effetti
della droga. Prima un interesse intellettuale e di ricerca, poi una
consonanza emotiva con il drogato e le sue motivazioni, infine
l’imbocco di un tunnel che può essere senza sbocchi.
A livello sociale, di prevenzione e di repressione – perché di
repressione si finirà per parlare anche per i malati di AIDS, come si è
fatto per i drogati – una inesatta valutazione del fenomeno produce
fatalmente, come è accaduto finora, una serie di pericolosi errori.
Il malato di AIDS non è un appestato da relegare in un ghetto, è un
individuo da curare, quando la malattia non è ancora diventata fatale –
e può esserlo se scoperta in tempo -,è comunque un essere umano che non
va respinto dal tessuto sociale durante l’intero arco della malattia.
E, se ha la fortuna di guarire, è una persona da recuperare in pieno
alla vita sociale e lavorativa. Così come dovrebbe essere per gli ex
drogati, per non parlare di altre categorie a rischio, come gli ex
detenuti o gli handicappati. In una parola, lo Stato e la società non
possono e non devono creare le premesse perché il malato di AIDS,
psichicamente debole, accentui questo suo stato e venga condannato ad
una condizione perpetua di emarginato.
Consideriamo, ora, quali sono appunto le reazioni psicologiche del
soggetto affetto da AIDS, la cui prognosi è generalmente infausta.
La reazione iniziale è l’insonnia,il rifiuto di se stessi, il
classico diniego legato ai pazienti con una malattia fatale. Alcuni sono
morti rifiutando qualsiasi appoggio terapeutico.
Altri soggetti si impongono l’autoisolamento, non hanno interesse ai
contatti umani, in loro si fanno avanti sensi di colpa.
In alcuni omosessuali, si verificano sentimenti antiomosessuali,
indipendentemente dall’adattamento alla loro diversita’.Spesso i
soggetti bisessuali vivono la paura d’aver trasmesso la malattia alla
loro partner. Si manifestano sempre piu’ la depressione, l’anoressia,i
desideri suicidi avallati dalla trasformazione reale o immaginaria del
corpo.
Si hanno sbalzi emozionali, si evidenziano ostilità per i partner
passati o presenti, per la famiglia, per il personale ospedaliero. La
rabbia e’ legata all’interrogativo angoscioso:perché io.
I soggetti affetti da AIDS si sentono quasi sempre annullati dalla
loro condizione, dalla mancanza di prospettiva per il futuro. E’
indispensabile per loro un appoggio costante ed ottimistico, devono
sentire che c’è qualcuno che si preoccupa di loro. Ciò è in netto
contrasto con l’atteggiamento spesso colpevolizzante e pieno di
pregiudizi del personale delle strutture assistenziali a cui si
rivolgono.
Ed è in contrasto, anche , con l’atteggiamento per così dire di
assuefazione a cui si è giunti negli ultimi tempi, dopo il primo
periodo in cui l’AIDS faceva scandalo a tutti i livelli, avendo come
cassa di risonanza i mezzi d’informazione di massa.
Ora, per limitarci ancora a quelli più diffusi, cioè giornali,
televisioni e radio, le cronache sulla malattia e sui suoi effetti
hanno assunto il ritmo formalissimo della routine. Tutto questo, in
termini psicologici, serve forse a rimuovere il fenomeno, ma, in
termini sociali, la mancanza di continui campanelli d’allarme genera
un lento disinteresse che sfocia nell’apatia e nell’inazione,
coinvolgendo anzitutto i livelli politici.
Si può dire che il fenomeno AIDS abbia perso, nel sistema
informativo, quel suo “margine di magico”, che la sociologia della
comunicazione riconosce sopratutto agli strumenti televisivi. Ormai
c’è molto poco di “fluttuante” e di “inatteso” nelle notizie riferite
all’AIDS. Di qui lo scadimento dell’interesse comunicativo tra
emittente e ricevente. Ma tale interesse può essere agevolmente
recuperato. Proprio le cronache e le “non stop” televisive legate
da ultimo alla tragedia del Golfo Persico possono costituire degli
esempi da imitare. Il fenomeno AIDS, per la sua ampiezza attuale e di
prospettiva rappresenta una catastrofe ben maggiore della crisi
mediorientale. Ebbene, cronache dal vivo sulle condizioni drammatiche
di vita a cui giungono i malati di AIDS potrebbero ridestare quel
“margine di magico” che affascina telespettatori e lettori di
giornali attorno ai più gravi problemi della società. Problemi che,
nel caso dell’insorgenza e degli effetti della malattia, investono,
come si è visto, componenti varie di ordine preventivo, curativo,
psicologico, sociale e infine politico.
Riferendoci ancora al controllo delle reazioni individuali, è di
tutta evidenza che le vittime dell’Aids hanno bisogno, come è
auspicabile in tutte le malattie terminali, di un sostegno
psicologico che le aiuti a fronteggiare le emozioni e la rabbia
generata dalla prognosi infausta.
Ma in molti casi bisogna operare anche diversamente. Per molti malati,
infatti, è molto più angosciante la rivelazione della loro diversità di
omosessuali o di tossicodipendenti che non della malattia in sé. Per
costoro occorre un sostegno psicologico articolato gradualmente. Dapprima
l’accettazione della propria diversità, poi la consapevolezza della
gravità della malattia, ma anche della possibilità di curarla, nei casi
meno disperati, a fronteggiare i quali molto può il rafforzarsi della
voglia di vivere e la speranza di sopravvivere. Recenti ricerche hanno
evidenziato la stretta interdipendenza tra psiche e soma proprio a
proposito di malati di AIDS. E’ stato provato che il cervello può
utilmente interferire sul funzionamento del sistema immunitario e che
di fronte a situazioni stressanti l’individuo può manifestare una
depressione che viceversa indebolisce il suo sistema immunitario e
facilità l’attacco del virus.
E’ quindi nell’individuo, nella sua capacità di reazione e di
difesa la prima, immediata e più efficace risposta ad un male che la
società, nel suo insieme istituzionalizzato, si mostra incapace di
combattere adeguatamente. Il rafforzarsi delle capacità individuali di
difesa agevolerà la risposta collettiva e poi sociale sul piano della
prevenzione. Ma guai a legare questo secondo aspetto agli interessi
esclusivamente commerciali che sembrano animare la propaganda antiaids
in voga nel mondo dei mass media. In sostanza, per molti combattere la
malattia del secolo significa solo intensificare e ramificare la
vendita dei profilattici. Mai il sistema informativo era stato così
esplicito nel propagandare i metodi anticoncezionali. Persino la
Chiesa, un tempo ostilissima al solo accennare a simili pratiche, si
mostra oltremodo permissiva nei riferimenti alle metodiche “laiche”
nella lotta all’AIDS. Il suo organo informativo per eccellenza,
l’Osservatore Romano, in misura velata vi accenna, giornali cattolici
come l’Avvenire o collaterali, come il Sabato, ne parlano
esplicitamente e certo non sempre per condannarle. Insomma, si può
dire che l’AIDS agisca come anello unificatore per rendere ancor
più omogeneo il sistema pubblicitario. Di questo passo, in termini
più generali, si può dire che il sistema informativo rischia di
costituirsi non più solo come mediatore di fatti verso la pubblica
opinione, ma come strumento al servizio di interessi economici che
subordinano ad essi quelli sociali.
D’altro canto, individuare il mezzo più efficace di lotta alla
“peste” del secolo nell’uso dei profilattici e prescindere dai
molteplici altri aspetti ad essa legati significa anche ridurre
l’allarme sociale e impoverire le difese individuali nei confronti
della malattia. Senza contare che canalizzando in tal modo il
sistema protettivo si creano le premesse di pericolose risposte a
livello individuale e collettivo.
E’ necessario chiedersi, infatti, quale sia, nei confronti del
fenomeno AIDS, la più immediata reazione dell’uomo della strada e
quale valenza questa legittima reazione assuma nei poteri costituiti.
A livello individuale questa reazione genera conflitto,
fa vivere ogni rapporto interpersonale in forma dubitativa.
L’atto sessuale viene vissuto con riserva, perde l’altissimo
significato spirituale che ha in sé e avvilisce il valore riaffermativo
della propria personalità.
Trasferito sul piano sociale e dei rapporti di potere questo
atteggiamento reattivo si muta in frustrazioni di massa, che alimentano
fenomeni di isolamento e di razzismo, come in epoca storica nei
confronti del semitismo e della negritudine.
Equilibri sociali faticosamente raggiunti, tolleranze anche
avanzate che si erano conseguite possono lentamente scardinarsi.
Rischiano di schiantarsi edifici costruiti coraggiosamente sulla
comprensione, sull’anticonformismo e sul pluralismo.
E’ forse questo, in termini di progresso civile, sociale e
politico, il pericolo maggiore indotto dall’AIDS.
La perdita progressiva del senso della relazione tra gli uomini può
portare, come estrema e irreparabile conseguenza, all’alienazione dei
processi della storia.